Giubileo dei Sacerdoti 2000

14-12-2000

 

Dopo che per un intero anno abbiamo destato e raccolto il cammino delle nostre comunità incontro alla Grazia giubilare, anche noi, presbiterio di questa Diocesi, varchiamo stamani la porta del Giubileo.

Siamo qui ad accogliere il dono di Dio che a questo evento si lega; siamo qui per entrare nello spazio della misericordia che cambia il cuore ed accende evangelicamente la vita.

Io mi chiedo cosa possa significare per il nostro Presbiterio varcare la porta del Giubileo. La Parola di Dio ci ha consegnato il suo centrale annuncio: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo, entrerà, uscirà e troverà pascolo ” (Gv 10,9). Ed ancora “ chi entra nel recinto delle pecore per la porta è il pastore delle pecore ” (Gv 10,3).

Cristo è la porta! Varcare la porta vuol dire allora consegnarci a Lui.

Cristo è la porta! Varcare la porta vuol dire ancora divenire suoi discepoli, consegnarci alla Chiesa!

Siamo qui stamani, raccolti nella nostra Cattedrale, metafora, nella pietra, della Chiesa viva che è in Volterra. Siamo convenuti dalle più diverse parrocchie della Diocesi, preti di ogni stagione e di ogni età. Ci sono, anche se in piccolo numero, i giovani che da pochi mesi o da pochi anni hanno iniziato con trepidazione e slancio il cammino del loro servizio ministeriale. Ci sono i confratelli che nella stagione matura della vita, portano con quotidiana fedeltà, la fatica della strada. Ci sono gli anziani, ricchi di esperienza e di saggezza, che conoscono la gioia ed il peso di una dedizione senza misura, protratta nella lunga serie degli anni. Ci sono io, povero fratello chiamato ad essere padre, pellegrino ancora incerto sul cammino del Regno, posto ad esser guida e sentinella di questa “carovana di Dio”.

Ci siamo dunque tutti, ciascuno con il proprio volto e la propria storia, ed a ciascuno è chiesto di varcare la porta, di consegnarsi a Cristo.

Cosa vuol dire per un prete consegnarsi a Cristo?

Vuol dire centralmente questo: amarlo con il tutto di te amarlo come il tutto per te! Vuol dire amarlo come Padre, come fratello, come sposo, come amico. LA vita di un prete, nelle parole e nei silenzi, nell’azione o nell’orazione,  deve continuamente tessere la tela di questo amore. E non è amore di “pelle”, tumultuoso ed incostante come quello di un adolescente, è un amore pacato e forte, affocato e sereno, capace di muovere la vita, capace di saziare la vita.

È questo personalissimo amore a Gesù Cristo che sostiene e motiva il nostro ministero, ci fa preti “convinti”, preti “che credono davvero” come dice la gente.

L’amore a Gesù Cristo ci fa prendere in mano la Bibbia, ci fa sostare come Maria a Cana, seduti ai piedi di Gesù mentre Lui ci parla e ci guarda.

L’amore a Gesù Cristo ci fa prendere in mano la Liturgia delle Ore (il Breviario, dicevano una volta)  con quotidiana fedeltà, per parlare allo Sposo con la voce della Sposa; per portare davanti a Dio la lode, il gemito, l’attesa, la confessione di fede di questa Chiesa di Volterra, per essere con tutta la Chiesa avvolti nella preghiera che lo Spirito mormora nel cuore della Trinità.

L’amore a Gesù Cristo ci fa prendere in mano i libri di Teologia, di Spiritualità, di pastorale, per meglio conoscere colui che amiamo e per meglio farlo conoscere ed amare a coloro ai quali ci rivolgiamo.

L’amore a Gesù Cristo ci fa prendere in mano il libro, la rivista, il giornale non per fare incursioni in campo altrui o atteggiarci ad uomini saccenti, ma per conoscere il volto di una generazione e di un tempo che siamo mandati a guardare ed a servire con gli occhi ed il cuore di Dio.

È l’intensità dell’amore a Cristo che ti espropria di spazi e di tempi e ti fa accostare con passo ardimentoso e trepido, al cammino dei bambini, dei giovani, degli adulti, degli anziani, per farti fratello ad ogni generazione, per farti “tutto a tutti” allo scopo di guadagnarne qualcuno alla causa del vangelo.

È ancora la tenerezza dell’amore di Cristo che ti porta a percorrere ogni geografia umana, ad essere cittadino delle regioni della come di quelle del pianto, a “piangere con chi piange, ridere con chi ride”, non per celare il tuo volto sotto maschere d’occasione, ma per essere, vicino a ciascuno, la visibilità del volto di Dio.

È la forza unitiva dell’amore di Cristo che ti impedisce di essere solitario, di isolarti nella tua parrocchia, piccola e quasi caricaturale figura di “papa-re”, che va ripetendo “faccio come mi pare2 e ti spinge a calibrare il cammino con la Chiesa locale,  a cercare e costruire, seppure faticosamente, un rapporto significativo e fraterno con gli altri preti e col vescovo, col presbiterio, capace anche di perdonare e di ricominciare.

Soprattutto è l’amore di Cristo Padre, fratello, sposo e amico, che sostanzia nel livello personale, il gesto con cui celebri il Sacramento, segnatamente l’Eucarestia, mentre rendi l’opera efficace e la persona di Lui nella vita dei fratelli, per la Salvezza del mondo. Ecco cosa vuol dire per noi stamani varcare la porta che è Cristo: riconsegnarci a Lui con tutta la nostra vita, permettergli di colmarci la mente, il cuore, il corpo, il tempo, le opere e le parole, perché possiamo dirgli con semplice e disarmante verità “Il tuo amore vale più della vita”, oppure con lo slancio e l’abbandono di Tommaso “mio Signore e mio Dio”.

Se noi non varchiamo quella porta che è Cristo, se non torniamo a consegnarci a Lui, siamo quei mercenari di cui parlava il Vangelo: gente che non ha venduto la pelle perché male la ama e troppo  la carezza. Non c’è niente di più desolante, nel panorama cristiano, di un prete che non sia affocato di amore. È un mediocre, uno scialbo, un inutile. È un adolescente ritardato che continua ad inseguire i propri capricci o ad essere raggiunto dalle proprie paure e dalle proprie passioni. È persona condannata a recitare un ruolo che in parte lo protegge e in parte lo delude. È sacco desolantemente vuoto che continuamente ricade su se stesso o che cerca di tenere in piedi la vita con mezzucci e surrogati.

Un prete che, nonostante difetti e peccati, non sia innamorato di Gesù Cristo, è davvero delusione per Dio, scandalo per la Chiesa, pretesto per il mondo.

Cari amici e fratelli nel Sacerdozio ministeriale, avrei voluto parlarvi anche di quel “varcare la porta” che è il consegnarci alla Chiesa. In realtà abbiamo detto solo qualcosa sull’amore su Gesù Cristonella vita di un prete e di un presbiterio.

Non vi sembri vaghezza, non vi sembri scontentezza ed oziosità. Al chiudersi di questo Giubileo, all’iniziarsi del nuovo millennio abbiamo parlato di quella fontalità che è l’amore per Cristo. E questo è più della pastorale, è più della morale, è più della teologia, è più del ministero ed insieme è tutto questo. Che il Signore ci apra le orecchie e le labbra per continuare ad ascoltare ed a parlare ancora a lungo del suo amore, lungo la strada.

Verrà un giorno in cui staremo davanti a Lui e gli consegneremo la stola, forse un po’ macchiata ed un po’ sdrucita, del nostro Sacerdozio. Egli ci chiederà, come un giorno agli Apostoli “di cosa stavate parlando lungo la strada?”.

Che noi possiamo risponderli in quel giorno così come accade a chi ama, “abbiamno parlato con Te, abbiamo parlato di Te”.