Chiusura del Giubileo 2001

05-01-2001

 

La Chiesa di Volterra si raccoglie ancora una volta, stasera, tra le mura di questo tempio sua casa nelle sorti che la rinfrancano lungo il pellegrinaggio quaggiù, sua immagine, icona di quell’edificio spirituale che essa è chiamata a diventare al termine del suo pellegrinaggio, lassù.

Ci raccogliamo in questo tempio per condividere una memoria ed un’attesa. L’anno Santo, il grande Giubileo del millennio si chiude stasera e noi, pellegrini come i nostri padri, lungo le carovaniere della storia, facciamo sosta al termine del giorno per avvertire insieme la misura del dono ricevuto, per sentire confortata la fatica,  per unire il cuore e la mente nel tracciato di strada che il nuovo giorno ci aprirà dinanzi.  Il Giubileo è stato essenzialmente un evento di Misericordia.

Tale è il significato del Giubileo biblico, con questo intento Gesù lo proclamò nella Sinagoga di Nazaret come “anno di grazia da parte del Signore”,  così il ministero di Pietro, nella persona di Giovanni Paolo II, lo ha riproposto alla Chiesa nella memoria bimillenaria dell’Incarnazione di Dio.

Il Giubileo evento di Misericordia. Credo che questa affermazione possa raccogliere a sintesi, stasera, ciò che abbiamo vissuto e quanto la nostra Chiesa di Volterra si prepara a vivere.

Dobbiamo anzitutto intendere che cosa è la Misericordia. Molti capiscono o hanno capito l’evento giubilare solo come un condono spirituale, una specie di amnistia legata all’adempimento di esterne condizioni, come la recita di alcune preghiere, il pellegrinaggio, il passaggio attraverso la porta santa.

Ma la Misericordia, nell’annuncio cristiano, è l’evento dell’amore che perdona, che risana, che trasforma la vita di una persona  o di una Chiesa. La Misericordia di Dio per noi è Gesù Cristo,  volto dell’amore del Padre, prezzo del nostro riscatto, primizia dell’uomo nuovo e della nuova creazione che sta germinando dentro i solchi, talora tanto contorti, della nostra storia.

Allora l’anno giubilare come evento di Misericordia non significa prima di tutto l’indulgenza, l’azzeramento dei nostri debiti davanti a Dio, ma l’aver incontrato, con intensità nuova, il volto di Misericordia del Padre nella persona di Gesù.

Gesù è il nostro Giubileo, Gesù è la nostra remissione. Egli è la porta della Misericordia: il rinnovarsi, l’approfondirsi dell’incontro con Lui vince il nostro peccato, cancella le nostre colpe, trasforma la nostra vita con quella radicalità che chiamiamo conversione.

Ecco dunque il Giubileo come evento di Misericordia: esso è tutto detto e tutto dato in una Chiesa che diventa più evangelica, più credente ed amante della persona di Gesù suo Sposo e Signore; esso è tutto detto e tutto dato nella vicenda di Cristiani che finalmente sono vinti dall’amore, recidono i tenaci legami con la mediocrità, il compromesso, la tiepidezza e si slanciano senza remora sulla strada del “seguire Gesù” com’è caratteristica del discepolo: “corro per afferrarlo” scriveva San Paolo “perché anch’io sono stato afferrato da Lui”.

Dal Giubileo, evento di Misericordia per il credente e per la Comunità, nasce una Chiesa di Misericordia. Cosa significa una Chiesa di  Misericordia? Non vuol dire una Chiesa bonacciona, una Chiesa qualunquista, disposta a fare sconti sul vangelo perché la gente venga e si faccia numero.

Una Chiesa di  Misericordia è una Comunità Cristiana che guarda se stessa ed il mondo con gli occhi con cui guarda Dio. Vuol dire saperci guardare, dentro le nostre parrocchie, con lo sguardo di Dio. Allora una Chiesa di Misericordia è una Chiesa unita dove i Cristiani non sono accostati nelle panche e contrapposti nella vita. Una Comunità cristiana segnata dalla Misericordia è una Comunità di persone che gareggiano nello stimarsi, nel perdonarsi, nel cercare di volersi bene, nell’essere presenza significativa di vangelo dentro la città, il quartiere, il paese.

Una Chiesa segnata dalla Misericordia è una Chiesa unita, dove laici e presbiteri non stanno a contendersi spazi residuali di potere o di gestione; è una Chiesa dove i laici non sono né i paggetti né i competitori dei parroci ma fratelli di cammino e di servizio: è una Chiesa dove gli organismi di partecipazione, come i Consigli per gli affari economici e soprattutto il Consiglio pastorale, non sono sentiti come inutili impacci al decisionismo personale né ridotti ad organismi di consenso o cinghie di trasmissione per decisioni già prese, ma come luoghi di comunione e di fraterna collaborazione, dove si cerca insieme, nella comune sottomissione alla Parola di Dio, di costruire, sostenere, verificare il cammino dell’intera Comunità.

Ma l’anno giubilare, come evento di Misericordia, segna anche un diverso volto di Chiesa nella sua presenza al mondo e alla città.

Il Grande Giubileo ci ha aiutati a diventare ed ora ci chiede di rimanere una presenza di Misericordia in mezzo alla gente, sul nostro territorio.

Cosa significa una Chiesa che ha cuore di Misericordia verso le persone?

Significa, credo, una cosa semplice ed ardua: che la gente si accorga che noi le vogliamo bene, che non ci sentiamo né diversi né superiori, che non siamo lì né per giudicare né per condannare, ma solo per amara e servire il cammino di ciascuno.

Cari fratelli nel sacerdozio, cari fratelli e sorelle laici, dobbiamo dirci con franchezza quanto risulta da 2000 anni di presenza di cristianesimo nella storia: la Chiesa non può stare in mezzo alla gente solo con la verità occorre che vi stia anche con l’amore. Perché una verità rigida e frigida, senza amore è atea anche se parla continuamente di Dio, spacca e ferisce anziché unire e sanare. La verità cristiana è la Rivelazione dell’Amore, per questo saremo buoni evangelizzatori tra la gente soltanto quando porteremo una dottrina, un’etica, una proposta pastorale che faccia luminosamente intendere l’amore ed il dono di cui è carica.

Una Chiesa di Misericordia in mezzo alle persone vuol dire che la gente quando bussa alla nostra porta deve accorgersi di essere attesa, deve constatare che le strutture, i progetti, gli orari valgono meno e valgono dopo, ma al primo posto c’è l’incontro, la gioia e la trepidazione di essere l’uno davanti all’altro, la possibilità di potersi guardare, ascoltare, parlare.

Un Chiesa di Misericordia in mezzo alla gente vuol dire quanto già il diacono Lorenzo tentava di far capire al giudice romano che gli intimava di consegnare i tesori della Chiesa, ed egli riempiendo il tribunale di poveri e di infelici rispondeva la giudice: “ecco il nostro tesoro”. Una Chiesa di Misericordia vuol dire perciò una Chiesa che sta tra i poveri, che accoglie chi non ha accoglienza, che cerca di farsi risposta all’attesa di speranza e  di giustizia di tante persone, che parla anche quando calcoli di furbizia e tornaconto consiglierebbero di tacere.

Una Chiesa di Misericordia è una Chiesa che si espone, che accetta di stare in trincea. Per questo non ci può bastare una Chiesa fatta di bambini e di anziani, non ci può bastare una pastorale di pura ripetizione e di sopravvivenza, non ci può bastare una figura di prete che si occupa solo degli edifici del culto e dei riti liturgici, non ci possono bastare presenze di laici che solo possono prolungare o moltiplicare la presenza del prete dentro la parrocchia. Andiamo invece cercando una presenza dentro la realtà giovanile e le sue aggregazioni; portiamo una proposta di vangelo alle famiglie, dentro le loro case per la loro vita di ogni giorno; siamo disponibili al dialogo, non furbesco o strumentale, ma rispettoso e franco con le espressioni culturali, economiche, politiche, sociali presenti sul territorio, allo scopo di creare sinergie costruttive di umanità e di livelli alti di civiltà dentro la convivenza delle persone.

Ma questa Chiesa di Misericordia che si pone semplicemente e positivamente dentro il mondo, ha bisogno vitale di laici, di persone che nella loro vita individuale, familiare, professionale e sociale mostrino nei fatti la luminosità del vangelo, la sua vivibilità, il potenziale di promozione umana che da esso sprigiona, la realtà di una Chiesa che sia, nella concretezza, segno di speranza e fattore di unità tra la gente.

Infine una Chiesa di Misericordia è una presenza che sa sostare ed accompagnare i momenti di sofferenza, di solitudine, di turbamento profondo delle persone. Vorrei dirlo con forza e con passione, ai sacerdoti e ai laici stasera: quando la gente soffre non lasciamola sola. Noi non siamo i funzionari del dolore, coloro che vengono per dare unzioni degli infermi  e celebrare funerali, siamo il volto, il cuore e le mani della consolazione di Dio accanto alle persone che soffrono. Non possiamo lasciare sola la sofferenza della gente, perché quello è il momento della fragilità, dell’abbandono, della ribellione, ma è anche il momento di domante spietate, di perché fondamentali, che possono cambiare i connotati interiori di una vita. Preti e laici, dobbiamo essere presenza fraterna, non occasionale ma prolungata, magari anche solo silenziosa, ma presenza accanto a chi soffre, altrimenti della Misericordia noi non sillabiamo neppure l’alfabeto.

Ecco carissimi fratelli e sorelle, qual è il significato e la prospettiva, la memoria ed il progetto che questo anno giubilare custodisce dentro di sé. Un anno che la Chiesa di Volterra ha iniziato a vivere sotto la guida saggia e paterna di mons. Vasco Giuseppe Bertelli, un anno che conclude stasera attorno alla mia persona di vescovo nuovo ancora trepidante e un po’ smarrito.

Un anno che comunque chiudiamo ancora una volta varcando la porta: se in questo anno abbiamo varcato la porta che ci immetteva nel Giubileo, stasera di nuovo varchiamo la porta, con il bastone del pellegrino in mano, per tornare nel tempo degli uomini, nel tempo della vita ordinaria, ma portando il Giubileo nel cuore, portando nel mondo e tra la gente l’evento ed il volto della Misericordia di Dio.