Giornata della Vita 2001

04-02-2001

 

La parola del Vangelo ci ha condotto sulla riva del lago, là dove la gente si raccoglie, le persone compiono il loro faticoso lavoro, dove delusione e pena con qualche raro  trasalimento di gioia intessono la vicenda quotidiana di ciascuno.

Quel lago è metafora della vita: il lago di Genezaret con il consueto panorama di reti, di barche, di umana fatica è come rappresentazione del nostro vivere.

Eppure in quel contesto apparentemente immoto e scontato si attua l’esperienza di un incontro, di una presenza che cambia la vita. È lo stare di Gesù di fronte a Pietro, è quel suo chiedergli “prendi il largo e getta le reti”: un gesto che vale come affidamento e consegna di sé; è il gesto della fede che consegna la vita: “sulla tua parola getterò le reti”. Così in quella vicenda quotidiana, dove tutto sembra essere uguale a sempre, l’incontro tra una persona e Gesù trasforma una vita, anzi un piccolo grappolo di vite, Pietro, Giacomo e Giovanni, ed apre loro un nuovo tracciato di strada, da pescatori li avvia ad essere discepoli ed apostoli: “pescatori di uomini”.

Cari amici è la nostra storia che viene narrata stasera, lungo la sponda di quel lago, parabola della vita, sono passate le nostre esistenze e la sua persona, la nostra strada ha incrociato la sua e quella parola “sarai pescatore di uomini” è risuonata per noi.

Cosa significa essere pescatore di uomini? Cosa possiamo portare, proporre, mentre continua la nostra vicenda sul lago, ai compagni di pesca, agli uomini nostri compagni di strada, di città, di civiltà, dopo che l’incontro con Lui ci ha cambiato il cuore?

Celebriamo oggi la Giornata della Vita, e proprio questo tema  viene a consegnarci un formidabile anelito di presenza, di testimonianza, di evangelizzazione per questo  nostro tempo: è la “riva del lago” per noi oggi. Il tema della vita costituisce al presente una frontiera di incontro e di confronto tra il pensiero cristiano e tanta parte della cultura contemporanea.

Da un lato non possiamo che rallegrarci per la crescente considerazione e dedizione che la vita riceve sia nell’ambito medico che in quello socio-economico e che viene complessivamente indicato con l’espressione “qualità della vita”. È questo un obiettivo che riceve tutta l’attenzione e la convinta partecipazione della Chiesa e soprattutto dei laici cattolici che, nei diversi ambiti professionali e di partecipazione civile, economica e culturale, volentieri devono farsi carico e collaborazione con ogni compagno di strada, perché la qualità della vita sia sempre più elevata e più ampiamente diffusa e fruita.

Ma il tema della vita è oggi anche una frontiera di confronto e talora di tensione e di dissenso verso certe componenti della cultura contemporanea che pongono motivazioni e comportamenti non condivisibili per chi deve annunciare l’evangelo della vita. Penso alla tragica piaga dell’aborto chirurgico, chimico o meccanico che rimane oggettivamente un grave delitto contro la vita umana quando è più fragile e indifesa, e che non può ricevere nessuna legittimazione morale, anche se previsto e regolato dalla legge civile. Ma penso stasera soprattutto ai nuovi campi della biogenetica, laddove essa voglia non solo provvedere alla nascita di un essere umano più sano ed attrezzato ad accogliere la sfida della vita, ma presuma di surrogare l’atto di amore tra l’uomo e la donna da cui sorge la scintilla della vita, presuma di ridurre l’evento generativo a pura tecnica genetica sganciato dal clima dell’amore e dal contesto della famiglia in cui il sorgere della vita naturalmente e necessariamente si colloca, presuma di programmare e di decidere l’identità personale del nascituro attraverso processi di clonazione o di determinazione  del patrimonio genetico: quella che chiamiamo la manipolazione genetica. Penso stasera anche alla nuova prospettiva ormai incombente e già all’ordine del giorno nel dibattito culturale e politico dell’eutanasia, come potestà riconosciuta al soggetto o ad altri di determinare il tempo ed il modo del proprio morire.

E vedo un’unica logica, quasi una continuità evolutiva tra la legittimazione dell’aborto, la manipolazione genetica, l’eutanasia: esse affermano con diverse modalità, un unico principio: l’uomo è padrone della vita. Mentre tanta parte della cultura contemporanea va affermando che la vita è possesso, noi torniamo a dire che la vita è dono. Tu non sei padrone della vita, tu ne sei accoglienza, servizio, amore.

È quello che noi affermiamo quando parliamo della trascendenza della vita: quando diciamo cioè che la vita non è “mia” come dominio e possesso, è “mia” come affidamento e responsabilità e dono. Questo mi libera da ogni dispotismo, da ogni delirio di potenza sulla vita e mi aiuta, sempre e comunque, ad umanizzare l’esistenza, a combattere la sofferenza, a popolare di presenza e di amore ogni solitudine, ad essere forza ed affidabilità accanto ad ogni disperazione, a svelare il senso del morire come gesto autenticamente umano non  perché prodotto farmacologicamente quando lo decido io, ma perché accolto e vissuto dentro la stessa logica che accompagna il nascere ed il vivere: la logica del dono e dell’amore.

Care sorelle e fratelli mentre oggi la nostra cultura sembra alzare più alto che mai il trofeo della vita, poi si ritrova sperduta ed ammutolita dinanzi  al soffrire e al morire, tanto da non saper altro proporre che il suicidio assistito e legalizzato: è tanta la paura della morte che giungiamo ad anticiparla e provocarla. Come la paura del vuoto chiama la persona a precipitarvisi dentro, così la paura della morte determina una persona ed una società a gettarvisi. Ma questo viene a dirci che è malato il nostro concetto della vita, è disumanizzata la proposta ed i modelli di esistenza che oggi massivamente si impongono.

Questa frontiera: la difesa della trascendenza della vita, la vita come dono, responsabilità e compito è oggi il campo nuovo e formidabile in cui il cristiano è chiamato a portare il suo annuncio e la sua testimonianza.

“Non temere, d’ora in poi ti farò pescatore di uomini”. Ecco il nostro lago di Genezaret, l’ordinaria geografia del nostro vivere, in cui l’incontro con Cristo che ci ha cambiato il cuore, ci colloca, per essere nella concretezza degli sguardi e dei gesti quotidiani, i proclamatori ed i testimoni dell’evangelo della vita.