Giornata della Pace 2001

01-01-2001

 

Siamo al primo passo di questo nuovo millennio e lo compiamo stasera raccogliendoci insieme come Chiesa di Volterra attorno all’immagine venerata e cara della Madonna di San Sebastiano.

Compiamo qui, sotto gli occhi di Lei, la sosta di questo nostro cammino, per imparare da Lei, la Madre di Dio, il gesto dell’accoglienza ed il gesto del dono.

Anzitutto il gesto dell’accoglienza che significa apertura del cuore perché l’altro possa trovare posto nella tua vita, nella tua attenzione, nella tua dedizione. Maria è veramente la donna dell’accoglienza, perché tutto di lei è stata disponibilità, apertura, assenso e consegna di Sé a Dio che chiedeva.

Se noi abbiamo oggi la gioia di vivere il Natale, se l’umanità ha avuto ed avrà nel corso delle generazioni e dei millenni la possibilità di sperare e di incontrare un Dio che chiama “Padre” questo è perché Maria ha aperto il cuore e la vita nel gesto dell’accoglienza. E così come ha accolto un giorno il Figlio  di Dio che veniva a rendersi per sempre Figlio dell’uomo, continua oggi ed ogni giorno ad accogliere ed accompagnare il cammino di ogni figlio dell’uomo chiamato a diventare figlio di Dio.

Maria resta nella nostra vita, nella sensibilità e nell’intuizione di fede del popolo cristiano, Colei che accoglie, colei che accoglie Dio e l’uomo perché non cessi di avvenire l’incontro, di compiersi  la comunione che è Salvezza per la nostra vita  e per la vita del mondo.

È guardando a Lei che ciascuno di noi, discepoli del Figlio suo Gesù, e questa nostra Chiesa di Volterra impara lo stile ed i contenuti del nostro essere presenti alla città ed alla società.

Una Chiesa che sosta ai piedi di Maria è una Chiesa che torna sulle strade della vita avendo imparato il gesto dell’accoglienza. Una Comunità cristiana è, di natura sua, una presenza di accoglienza e disponibilità dentro la vicenda umana che si vive sul territorio. È l’accoglienza di Dio, della sua Parola, della sua persona, per riuscire ad essere ascolto, incontro, disponibilità e servizio verso l’attesa e le necessità della gente. Bisogna che la Comunità cristiana si pensi e si progetti come presenza che non solo prega e celebra, ma proprio per questo legge le situazioni della vita, si lascia interpellare, entra in dialogo ed in collaborazione con altre espressioni e presenze di servizio, cerca di farsi risposta alle necessità ed alle attese. È una chiesa, come Comunità cristiana che, come Maria, è totalmente di Dio e totalmente dell’uomo, entra fino in fondo  e senza esclusioni dentro le tensioni della storia portando il Vangelo nel cuore, nella mente e sulle mani.

Ma da Maria, dalla Madre di Dio, insieme al gesto dell’accoglienza, impariamo anche il  gesto del dono.

Se ci chiediamo cosa ha donato Maria al mondo la risposta è semplice ed inarrivabile: tutto. Maria ci ha donato tutto, perché ha donato Dio stesso nel Verbo fatto carne ed in questo gesto ci ha donato tutta se stessa, tutta la sua vita, tutta la sua eternità. Ella rimane, per sempre, dono per noi. Dall’incontro con Lei perciò impariamo ad essere la Chiesa del dono.

Cosa dona la Chiesa al mondo: anzitutto ed essenzialmente, raccogliendo e prolungando il gesto di Maria, la Chiesa dona al mondo Gesù Cristo, il suo Vangelo, i suoi Sacramenti. Una Chiesa che si appiattisse sul ruolo dell’animazione culturale o del servizio sociale, sarebbe una Chiesa inadeguata, deludente e sostanzialmente inutile. Diverrebbe una delle tante agenzie di umanizzazione e di formazione, ma defrauderebbe l’uomo del dono più grande e della proposta più sconvolgente e costruttiva: la vita e la persona di Dio che si comunica a te, la tua vita che diventa risposta e cammino all’incontro con Lui.

Perciò la Comunità cristiana, come Maria, porta dentro le convivenze umane, sulla soglia di ogni vita questa possibilità e questa proposta: l’incontro tra la tua vita e la persona di Gesù, l’accostarsi tra la tua strada e il suo Vangelo.

Ma è proprio questo suo incontro che fa sorgere un modo nuovo e diverso di essere persone, di fare società, di costruire civiltà. Proprio perché l’annuncio cristiano cambia in profondità il volto dell’uomo, diventa radice di nuova cultura, fermento di più umana civiltà.

Siamo ormai lontani da stagioni storiche ed ideologiche, vissute in questo secolo che si è concluso in cui il Cristianesimo veniva pregiudizialmente presentato come nemico della civiltà e del progresso, sentina dei mali della storia. A dire il vero ogni tanto capita, anche sul territorio della nostra Diocesi, di leggere interventi e giudizi  che potrebbero ben figurare negli espositori dove si impolverano ed ingialliscono le polemiche tardo ottocentesche, ma non è certo questo che ci dissuade nella nostra testimonianza e nella nostra presenza.

E fortemente ci richiama il papa, in questo inizio d’anno e di millennio, ad essere noi Cristiani, accanto ad ogni uomo di buona volontà, costruttori di una civiltà dell’amore e della pace attraverso il dialogo tra le culture.

Il messaggio che il Papa affida al mondo, all’alba del nuovo millennio, e che stasera affiderò ?????? di stima e di amicizia, nelle mani di amministratori e politici, richiama con passione e chiarezza alla necessità che le culture entrino in dialogo tra di loro.

Abbiamo alle spalle interi tracciati di storia in cui le diverse culture sono stati mondi chiusi e non comunicanti, anzi spesso confliggenti.

Abbiamo dinanzi una stagione in cui le nuove tecnologie di comunicazione e gli imponenti ed inarrestabili flussi migratori rendono le culture più diverse vicendevolmente vicine o addirittura compresenti nello stesso territorio.

Da qui l’urgenza che le culture non solo si accordino ma si aprano reciprocamente al confronto ed al dialogo. Vogliamo sperare ed adoperarci perché sia finito per sempre il tempo in cui le culture dialogavano a colpi di spada o di cannone per poi approdare al soliloquio della cultura vincente. Dobbiamo anche riconoscere che talvolta noi cristiani siamo stati parte di questa logica antievangelica ed abbiamo usato la stessa identità religiosa come elemento di tensione, di scontro, di sopraffazione.

La purificazione della memoria attuata dal Papa e dalla chiesa in questo anno giubilare, ci rende più nitidi interiormente per capire che le diverse culture, nella loro convivenza, devono diventare fattore di reciproco arricchimento e perfezionamento. Due pericoli avvertiamo e li rendo stasera presenti alla vostra riflessione ed alla vostra responsabilità: il primo è che si vada non verso il dialogo delle culture, che prevede la convivenza ed il rispetto delle diversità, ma verso l’omogenizzazione delle culture che ne segnerebbe lo smarrimento e la perdita, a vantaggio di una nuova realtà, indefinita ed amorfa, senza memoria e senza volto.

Il secondo è che si smarrisca la radice cristiana della nostra civiltà occidentale e ci si volga a costruire una cultura ed una civiltà senza Dio e contro Dio. Almeno due volte, in questo secolo, con il comunismo e con il nazismo, l’Europa ha sperimentato che una cultura ed una civiltà contro Dio finisce drammaticamente per diventare una civiltà contro l’uomo, una civiltà che divora i suoi stessi figli.

Il dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace diventa così il difficile orizzonte verso il quale intendiamo muoverci.

Orizzonte spesso insidiato e violato da risorgenti particolarismi, estremismi ed ottusità, ma unico possibile e realistico orizzonte perché, al sorgere del nuovo millennio, la nostra umanità abbia ancora il respiro della Speranza.

Su questo cammino, sui nostri progetti ed i nostri propositi, chiediamo la presenza e l’aiuto di Maria Regina della Pace, madre di Cristo nostra pace.